Eduardo de Filippo

Nel 1983 Eduardo De Filippo ottuagenario consegnava la sua riscrittura de La tempesta di William Shakespeare all’Einaudi, per uscire poche settimane più tardi nella collana Scrittori tradotti da scrittori. Eduardo aveva ricevuto un anno addietro la visita di Giulio Einaudi, che gli aveva proposto di tradurre una pièce di Shakespeare. Eduardo, nel corso della sua lunghissima carriera teatrale, iniziata da giovanissimo con Eduardo Scarpetta e terminata sul finire degli anni Settanta dopo aver scritto e portato in scena oltre quaranta commedie, non era mai riuscito a ricucirsi il tempo per tradurre un Molière o per l’appunto uno Shakespeare, ed ora, finalmente, era giunta l’occasione.

Diverse sono le ragioni per cui Eduardo scelse questa commedia e non un'altra, e ce lo spiega egli stesso nella nota in chiusura al volume: “La tolleranza, la benevolenza che pervade tutta la storia”.

Il drammaturgo napoletano prosegue:

“Sebbene sia stato trattato in modo indegno da suo fratello, dal re di Napoli e da Sebastiano, Prospero non cerca la vendetta bensì il loro pentimento. Quale insegnamento più attuale avrebbe potuto dare un artista all’uomo di oggi, che in nome di una religione o di un ideale ammazza e commette crudeltà inaudite, in una escalation che chissà dove lo porterà?”

Questo veniva scritto vent’anni fa, ed oggi capiamo quanto queste parole siano state profetiche. La lingua adottata da Eduardo per riscrivere "La tempesta" è un napoletano del Seicento, una lingua che presenta suoni più cauti, meno parole tronche a beneficio di parole piane, quindi meno sintagmatica rispetto al napoletano corrente o rispetto al napoletano utilizzato nelle sue commedie. Di seguito farò riferimento alla traduzione in italiano condotta da Cesare Vico Ludovici, ed alla versione ufficiale del testo di Shakespeare secondo la Oxford University Press. La riscrittura e la traduzione sono due termini di delicata gestione, come è stato osservato sulle pagine di questo settimanale da Franco Buffoni e Federico Italiano.

Nella recente storia del teatro italiano, quello ribattezzato da parte della critica Nuovo Teatro, la riscrittura tende ad essere una prova d’autore indipendente dall’originale, ovvero ad essere una nuova fonte testuale ispirata più o meno liberamente.

Questa tendenza ha svincolato gli autori, spessissimo attori (quindi auto-attori) o registi, dall’obbligo alla fedeltà che rappresenta comunque una chiave di non facile interpretazione. Eduardo, appartenente ad una vecchia scuola, quindi legato alla tradizione, cercò al contrario di riscrivere Shakespeare mantenendo saldo il testo di partenza, utilizzando l’originale ed una traduzione in italiano condotta dalla moglie. Per cui l’originalità de La tempesta di Eduardo sta nella lingua, nella resa delle affermazioni che rendono, alla napoletana, il medesimo senso delle espressioni e delle personalità così come forgiate dal drammaturgo di Stratford-upon-Avon.

Come è noto, La tempesta rientra in una cerchia di testi che Shakespeare scrisse ispirato alle Metamorfosi di Ovidio, come è nel caso di Tito Andronico, Venere e Adone, Lucrezia violata, Troilo e Cressidra. Ragion per cui il ricorso agli spiriti, l’evocazione di forze misteriose ed incontrollabili della natura, sono dinamiche che si aggiungono alla perenne visione dell’umanità come esercito di burattini guidati da destino.

E si tratta di una caratteristica che si ricongiunge all’anima della teatralità e della fantasia tradizionale, napoletana, meridionale ma non soltanto, pervasa da spiritismi e da incontri con santi, angeli e demoni: è una considerazione che si basa sulla trasmissione dalle favole che si raccontavano un tempo nelle stalle o nelle piazze dei paesi, e che sono ritornate ultimamente nei teatri grazie alle narrazioni del cantastorie Ascanio Celestini.

La trama de La tempesta è nota: su un’isola vive da molti anni Prospero insieme alla bellissima figlia Miranda, vi hanno trovato rifugio dopo il naufragio della loro nave. Prospero era Duca di Milano, ma venne tradito dal fratello Antonio, che in combutta con il re di Napoli avevano architettato la sua partenza verso questa parte di mondo, di modo da prenderne il trono. Ora, dopo diversi anni, i venti hanno costretto al naufragio anche la nave con a bordo Alonzo, il re di Napoli, il fratello Sebastiano, Antonio, il vecchio consigliere Gonzalo e Ferdinando, il figlio di Alonzo. Sull’isola vive un essere che incarna l’idea di primitività, Calibano, da sempre schiavo di Prospero che durante la sua permanenza sull’isola ha affinato potenti poteri magici. Mentre Prospero cercherà, con l’aiuto di Ariele e dei suoi spiritelli, di riconquistare il trono legittimo si troverà ad affrontare un complotto guidato dallo stesso Calibano. Inoltre la figlia Miranda incontrerà Ferdinando, i due si innamoreranno e si prometteranno: Prospero dapprima, e Alonzo in seguito, accetteranno questa scelta. Infine Calibano verrà punito. Come sottolineato dallo stesso Eduardo, La tempesta è un testo che individua nel perdono e non nella vendetta il motore del suo sviluppo: si tratta d’una scelta antitetica rispetto alle carneficine messe in moto nei testi più celebri del poeta inglese: Riccardo III, Tito Andronico, Romeo e Giulietta. La versione eduardina va letta tutta, in quanto la traduzione effettuata dal drammaturgo è una vera e propria riscrittura in salsa napoletana. Le affermazioni che in italiano sembrano neutre, nel dialetto colto di Eduardo sembrano al contrario acquistare una carica positiva, propulsiva: la stessa carica si ripresenta in commedia dell’arte, e nel teatro dialettale.

TIZIANO FRATUS da "Il Domenicale" di sabato 3 gennaio 2004.

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